venerdì, 31 agosto 2007, ore 10:49

Assurdo cosa accadde
una volta uscito da quella stanza
trasformazione radicale
di tutto il mio universo
il cuore in pezzi separati
nel petto conservati
come i frammenti degli specchi
su cui rifletto mille volti
che posso scegliere
desiderare
idolatrare
venerare
provar piacere carnale

Esistenza.



Lunedì

[...]
Mi son detto stancamente: <<Come posso sperare di salvare il passato di un altro,io che non ho avuto la forza di trattenere il mio?>>
Ho ripreso la penna ed ho cercato di rimettermi al lavoro;ne avevo fin sopra i capelli di tutte queste riflessioni sul passato,sul presente,sul mondo.Non domandavo che una cosa:che mi si lasciasse finire in pace il mio libro.
(...)
<<Avevano avuto cura di spargere le voci più sinistre...>>.
Questa frase io l'avevo pensata;era stata un pò me stesso.
Adesso s'era impressa nella carta e faceva blocco contro di me.Non la riconoscevo più.Non potevo nemmeno ripensarla.Era lì,di fronte a me;invano avrei ricercato in essa un segno della sua origine;chiunque altro avrebbe potuto scriverla.
Ma io,io,non ero affatto sicuro di averla scritta.Le lettere adesso non brillavano più,erano asciutte.Anche questo era scomparso:non restava più niente del loro effimero splendore.
Ho gettato attorno uno sguardo ansioso:presente,nient'altro che presente.Mobili leggeri e solidi,incapsulati nel loro presente,un tavolo,un letto,un armadio a specchio,-- me stesso.La vera natura del presente si svelava:era ciò che esiste,e tutto quel che non avevo presente ,non esisteva.Il passato non esisteva.Affatto.
Nè nelle cose e nemmeno nel mio pensiero.
(...)
Per me il passato non era ce un collocamento in pensione: un'altra maniera di esistere,uno stato di vacanza,d'inazione;ogni avvenimento,finita la sua parte,si collocava da sè,molto opportunatamente,in una scatola,e diventava avvenimento onorario: tanto si fatica a immaginarci il nulla!Adesso lo sapevo:le cose sono soltanto ciò che paiono --- e dietro di essere... non c'è nulla.
Cosa era avvenuto?Avevo la Nausea?

[...]

Il signor di Rollebon è finito,come una grande passione.
Il signor di Rollebon era mio socio:per esistere aveva bisogno di me,e io avevo bisogno di lui per non sentire la mia esistenza.Io fornivo la materia bruta;di questa ne avevo da vendere e non sapevo che farne:l'esistenza,la "mia" esistenza.Lui,invece,la sua parte era di rappresentare.Mi stava di fronte e s'era impaddronito della mia vita per "rappresentarmi" la sua.Non m'accorgevo più che esistevo;non esistevo più in me,ma in lui:era per lui che mangiavo,per lui che respiravo,ognuno dei miei movimenti trovava la sua giustificazione al di fuori,là,di fronte a me,in lui;non vedevo più la mia mano che tracciava le parole sulla carta,vedevo il marchese,che aveva reclamato questo gesto e del quale questo gesto prolungava e consolidava l'esistenza.Io non ero che un mezzo di farlo vivere,lui era la mia ragion d'essere,mi aveva liberato da me stesso.

Cos'avrei fatto,ora?
Soprattutto non muoversi,"non muoversi"...Ah!
Questo movimento delle spalle,non ho potuto trattenerlo...
La Cosa,che aspettava,s'è svegliata,mi s'è sciolta addosso,cola dentro di me,ne son pieno... Non è niente:la Cosa sono io.L'esistenza liberata,svincoltata,rifluisce in me.Esisto.
Esisto.E' dolce,dolcissimo,lentissimo.E leggero:si direbbe che stia sospeso in aria da solo.Si muove.Mi sfiora dappertutto,si scioglie,svanisce.Dolcissimo,dolcissimo.Ho la bocca piena d'acqua spumosa.L'inghiotto,mi scivola in gola,mi carezza,ed ecco che mi rinasce in bocca:nella bocca mi rimane di continuo una piccola pozza d'acqua biancastra,discreta,che mi sfiora la lingua.E questa pozza sono ancora io.E la lingua.E la gola,sono io.

Vedo la mia mano che si schiude sul tavolo.Essa vive --- sono io.
Si apre,le dita si spiegano e si tendono.E' posata sul dorso.Mi mostra il suo ventre grasso.Sembra una bestia rovesciata.Le dita sono le zampe.Mi diverso a muoverle,in fretta,come le zampe 'un granchio caduto sul dorso.Il granchio è morto,le zampe si rattrappiscono,si richiudono sul ventre della mia mano.Vedo le unghie --- la sola cosa di me che non vive.E ancora.La mia mano si rivolta,si stende pancia a terra,adesso mi presenta il dorso.Un dorso argentato,un pò brillante --- sembrerebbe un pesce,se non avesse dei peli rossi al principio delle falangi.Sento la mia mano.

(...)

Non insisto più: dovunque la metta,continuerà ad esistere ed io continuerò a sentire che esiste;non posso sopprimerla,come non posso sopprimere il resto del mio corpo,il calore umido che m'insudicia la camicia,nè tutto questo grasso caldo che si muove pigramente come se lo si rimescolasse col cucchiaio,nè tutte le sensazioni che circolano lì dentro,che vanno e vengono,che salgono dal fianco all'ascella,oppure vegetano tranquillamente,dal mattino alla sera,nel loro angolo abituale.

Mi alzo di scatto:se soltanto potessi smettere di pensare,andrebbe già meglio.I pensieri,non c'è niente di piu insipido.Ancora più insipido della carne.Si trascinano a non finire e lasciano un gusto strano.E poi ci sono le parole,dentro i pensieri,le parole incompiute,le frasi abbozzate che ritornano sempre: <<Bisogna che fini... Io esi... Morto... Il signor di Roll è morto... Non sono... Io esi...>> E così via,così via...,non  finisce mai.E' peggio di tutto il resto,perchè me ne sento responsabile e complice.Per esempio questo doloroso rimuginare: "io esisto",sono io stesso che lo faccio durare.Il corpo,quello vive da solo,una volta che ha cominciato.Ma il pensiero sono IO che lo continuo,lo svolgo.Esisto.Penso che esisto.

Oh!che lunga serpentina,questo sentimento di esistere,e sono io che lo voglio,piano,piano... Se potessi trattenermi dal pensare.Provo,ci riesco:mi pare che la testa s'empia di fumo... ed ecco che ricomincia: <<Fumo...non pensare...non voglio pensare...penso che non voglio pensare.Non bisogna che pensi che non voglio pensare.Perchè anche questo è un pensiero>>.Non finirà mai,dunque?Il mio pensiero sono IO:ecco perchè non posso fermarmi.
Esisto perchè penso... e non posso impedirmi di pensare.In questo momento stesso --- è spaventoso --- se esisto è perchè ho orrore di esistere.Sono io,io,che mi traggo dal niente al quale aspiro: l'odio,il disgusto di esistere sono altrettanti modi di farmi esistere,di affondarmi nell'esistenza.I pensieri nascono dentro di me,come una vertigine,me li sento nascere dietro la testa... se cedo,mi arriveranno davanti,tra gli occhi --- e io cedo sempre,e il pensiero s'ingrossa,s'ingrossa ed eccolo,immenso,che mi riempie tutt'intero e rinnova la mia esistenza.



Jean-Paul SARTRE - La nausea.

LucedelleSei
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domenica, 26 agosto 2007, ore 13:14


Ebbene arrivi ad un punto in cui tutto ti è dovuto.
In cui questa poesia la impari a memoria perchè è la tua vita.
Perciò apprezzare non basta,VIVERLA è la parola chiave.
Vaffanculo.



    I
    
    Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia
    
    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più.

    Ecco nel calore incantato
    
    della notte che piena quaggiù
    tra le curve del fiume e le sopite
    visioni della città sparsa di luci,
    
    scheggia ancora di mille vite,
    disamore, mistero, e miseria
    dei sensi, mi rendono nemiche
    le forme del mondo, che fino a ieri
    erano la mia ragione d'esistere.
    Annoiato, stanco, rincaso, per neri
    
    piazzali di mercati, tristi
    strade intorno al porto fluviale,
    tra le baracche e i magazzini misti
    
    agli ultimi prati. Lì mortale
    è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
    alla stazione di Trastevere, appare
    
    ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
    alle loro borgate, tornano su motori
    leggeri - in tuta o coi calzoni
    
    di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
    i giovani, coi compagni sui sellini,
    ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
    
    chiacchierano in piedi con voci
    alte nella notte, qua e là, ai tavolini
    dei locali ancora lucenti e semivuoti.
    
    Stupenda e misera città,
    che m'hai insegnato ciò che allegri e
    feroci
    gli uomini imparano bambini,
    
    le piccole cose in cui la grandezza
    della vita in pace si scopre, come
    andare duri e pronti nella ressa
    
    delle strade, rivolgersi a un altro uomo
    senza tremare, non vergognarsi
    di guardare il denaro contato
    
    con pigre dita dal fattorino
    che suda contro le facciate in corsa
    in un colore eterno d'estate;
    
    a difendermi, a offendere, ad avere
    il mondo davanti agli occhi e non
    soltanto in cuore, a capire
    
    che pochi conoscono le passioni
    in cui io sono vissuto:
    che non mi sono fraterni, eppure sono
    
    fratelli proprio nell'avere
    passioni di uomini
    che allegri, inconsci, interi
    
    vivono di esperienze
    ignote a me. Stupenda e misera
    città che mi hai fatto fare
    
    esperienza di quella vita
    ignota: fino a farmi scoprire
    ciò che, in ognun, era il mondo.
    
    Una luna morente nel silenzio,
    che di lei vive, sbianca tra violenti
    ardori, che miseramente sulla terra
    
    muta di vita, coi bei viali, le vecchie
    viuzze, senza dar luce abbagliano
    e, in tutto il mondo, le riflette
    
    lassù, un po' di calda nuvolaglia.
    È la notte più bella dell'estate.
    Trastevere, in un odore di paglia
    
    di vecchie stalle, di svuotate
    osterie, non dorme ancora.
    Gli angoli bui, le pareti placide
    
    risuonano d'incantati rumori.
    Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
    - sotto festoni di luci ormai sole -
    
    verso i loro vicoli, che intasano
    buio e immondizia, con quel passo blando
    da cui più l'anima era invasa
    
    quando veramente amavo, quando
    veramente volevo capire.
    E, come allora, scompaiono cantando.



Pier Paolo Pasolini - Il pianto della scavatrice
LucedelleSei
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